
di Sabino Paciolla
A novembre dell’anno scorso, le metro e le strade di New York si sono riempite di immagini di neonati sorridenti con la doppia elica del DNA sullo sfondo: era la campagna di Nucleus Genomics, una startup che per 8.999$ offre per la procreazione medicalmente assistita, lo screening completo del genoma degli embrioni, promettendo di scegliere quello con la maggiore intelligenza, l’altezza ideale e il minor rischio di malattie.
Gli slogan tipo «Progetta il bambino dei tuoi sogni» hanno scatenato un’ondata di polemiche, con accuse di eugenetica per ricchi e critiche scientifiche sull’affidabilità dei test. Nonostante il backlash, in poche settimane le richieste del servizio sono schizzate del 1700%.
Di questo caso, che forse sarebbe meglio definire pazzia, ne abbiamo parlato in un precedente articolo (qui).
Molti potrebbero fermarsi alla superficie quando, invece, sarebbe il caso di approfondire le ragioni profonde. Le domande sottese a queste richieste.
Credo vengo incontro un articolo che mi è capitato di leggere su First Thing, scritto da Colin Redemer, dal titolo: “Eugenics as Self-Loathing” (L’eugenetica come disgusto di sé), che vi invito a leggere per intero.
L’articolo distingue due forme di eugenetica: quella storica, incarnata da Galton e dalle politiche del primo Novecento, e quella contemporanea, radicalmente diversa nella sua psicologia profonda. La prima «guardava il mondo e vedeva degli inferiori», era autocompiacente e proiettava il disprezzo verso l’esterno. La nuova eugenetica, invece, nasce da un moto inverso: non dal senso di superiorità, ma dall’odio verso se stessi.
Chi oggi invoca lo screening genetico come dovere morale o auspica che persone con fragilità ereditarie non si riproducano, nella maggior parte dei casi parla di sé. «Gran parte di ciò che circola online come ideologia eugenetica è semplicemente depressione che indossa un camice da laboratorio»: un dolore privato che si universalizza in sistema filosofico, trasformando un verdetto personale di inutilità in presunta scienza.
I forum antinatalisti e le comunità per l’estinzione umana volontaria non sono popolati da trionfanti superuomini, ma da persone che soffrono e che hanno scambiato la sofferenza per un difetto strutturale dell’esistenza. Il vero problema, conclude l’autore, non è genetico ma culturale: una società che tratta l’esistenza umana come oggetto di analisi costi-benefici, anziché come un dono.
L’autore dell’articolo in maniera brillante scrive:
«La tradizione cristiana ha un nome per questo fallimento: il rifiuto della creaturalità. Essere una creatura significa essere dipendenti, limitati, mortali e segnati dalle particolarità della propria nascita. Significa avere un corpo che si deteriora, una mente che vaga, una volontà che vacilla. L’intero arco della Scrittura presuppone che questa sia la condizione in cui arriva la grazia, non la condizione da cui dobbiamo ingegnare una fuga. Il salmista che grida dalle profondità non conclude che le profondità debbano essere abolite. Egli aspetta il Signore.»
La civiltà contemporanea tratta la limitazione umana come uno scandalo, non morale ma ingegneristico: «un bug da correggere, un difetto da eliminare nella prossima iterazione». Immersi in questa logica, il passaggio da “la mia sofferenza è un difetto” a “io sono un difetto” diventa quasi automatico, e da lì il salto verso posizioni eugenetiche è brevissimo. L’eugenetica diventa così «una forma di autolesionismo… che avviene a livello dell’anima piuttosto che della pelle«.
Per questo confutarla su basi puramente scientifiche è insufficiente: chi abbraccia queste idee non sta formulando un argomento empirico, sta chiedendo aiuto nell’unico linguaggio che la cultura gli ha consegnato — quello dei dati e dell’ottimizzazione. Ciò di cui ha bisogno è sentirsi dire «che non è un problema da risolvere».
L’autore, Colin Redemer, poi precisa:
«La risposta adeguata alla nuova eugenetica non è, in primo luogo, un argomento politico o un seminario di bioetica. È un’antropologia: una descrizione autentica di ciò che è un essere umano. E ciò che è un essere umano, secondo la testimonianza più antica e duratura della tradizione occidentale, è una creatura fatta a immagine di Dio, ferita dal peccato, a cui viene offerta la restaurazione non attraverso l’eliminazione della debolezza, ma attraverso la sua trasfigurazione. «La mia grazia ti basta», sente dire Paolo, «perché la mia potenza si manifesta pienamente nella debolezza». Questa è la cosa più lontana da un luogo comune. È un’affermazione metafisica sulla struttura della realtà, ed è direttamente e irrimediabilmente opposta all’odio verso se stessi della nuova eugenetica.»
L’antidoto all’eugenetica non è scientifico ma umano: convincere le persone, «lentamente, pazientemente», che non sono un errore. La loro fragilità non è un difetto, ma «un invito a diventare integri». Come canta Leonard Cohen, «c’è una crepa in ogni cosa — è così che entra la luce». Chi odia se stesso non ha bisogno di correzione: ha bisogno «di uno specchio che rifletta una persona da amare».
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Sabino Paciolla si è laureato con lode presso la Facoltà di Economia e Commercio dell’Università degli studi di Bari (Italia), corso di laurea in Scienze statistiche ed economiche. Ha conseguito un Master in Corporate and Investment Banking presso la SDA Bocconi di Milano (Italia). Ha lavorato presso un istituto bancario di livello internazionale nell’ambito del corporate e restructuring, in qualità di senior relationship corporate manager. Cultore di materie economiche e finanziarie, segue con attenzione l’andamento dell’economia, dei mercati finanziari e delle politiche monetarie delle Banche centrali. Segue anche il panorama culturale e politico attuale. Sposato, con quattro figli.






