In Italia una sequenza di crisi ha aperto intervalli tecnocratici che hanno temporaneamente gestito la contingenza, ma hanno lasciato irrisolti i problemi strutturali. La destra è pronta a governare con un linguaggio nazionale identitario e protezionista,alimentando nuove tensioni interne ed esterne. L’Europa osserva, con cauta apprensione, le ricadute di una crisi che si trascina da decenni tra crescita inceppata e fiducia nelle istituzioni miopia. Una visione condivisa resta l’ingrediente mancante per avviare una ripresa reale e duratura.
La dolorosa prospettiva di vedere Meloni arrivare al potere è dovuta a ragioni che nessuna soluzione tecnocratica poteva rimuovere.
Andrea Capussela
Una frattura tra tecnocrazia e politica: perché l’emergenza non basta
Nel tempo recente l’Italia ha sperimentato una serie di intervalli tecnocratici che hanno provato a contenere crisi di sistema, ma hanno anche messo in luce una debolezza strutturale: la fiducia nelle regole comuni non è sufficiente se non è accompagnata da una visione condivisa dello sviluppo. in questi intervalli, figure come banchieri centrali o commissari europei hanno assunto ruoli di facciata politica, ma senza la legittimazione popolare necessaria a proiettare riforme dure nel lungo periodo. la credibilità delle regole è il collante della fiducia economica, e senza una cultura politica capace di interpretare le esigenze di una società pluralista, le misure tecniche rischiano di restare solo palliativi. riforme» essenziali per la competitività, come la concorrenza e la modernizzazione della Pubblica amministrazione, restano rare, compromesse da interessi particolari che mirano a conservarsi sullo sfondo.
- Crisi che richiedono una coalizione ampia ma non ferma la politica di mediazione;
- Interventi tecnici che si scontrano con la volatilità elettorale e la conquista di consensi;
- Una società che domanda risposte chiare su uguaglianza di opportunità e protezione sociale;
- Una dinamica partitica che privilegia l’azione immediata rispetto a una visione a lungo termine.
In questo contesto, la tecnica può spegnere gli incendi, ma non può costruire ponti su una valle di disuguaglianze.Interventi mirati possono migliorare la gestione corrente, ma senza una cornice di valori condivisi rischiano di riaccendere le stesse fratture. L’equilibrio politico-economico,dunque,resta la chiave: finché non si ripristina una dinamica di responsabilità collettiva,ogni manovra sembrerà una cura temporanea e insufficiente.
In questa cornice, le parole chiave sono stabilità, legalità, concorrenza e solidarietà. Solo riconoscendo che la crescita non è solo questione di numeri ma di fiducia reciproca tra cittadini, imprese e Stato sarà possibile disegnare una traiettoria diversa. Le lezioni del passato mostrano che l’ostacolo non è la mancanza di strumenti, ma la mancanza di consenso sociale intorno a una direzione comune. Senza una narrazione che convinca la società a condividere rischi e benefici, ogni progresso rischia di essere percepito come una spinta dall’alto contro la massa, alimentando ulteriori fratture sociali.
Nel 2019 il PIL pro capite era ancora sette punti percentuali sotto il picco del 2007, e ristagnava su un livello pari a quello raggiunto due decenni prima. Durante il medesimo ventennio in Germania, Francia e gran Bretagna il PIL pro capite cresceva invece di percentuali comprese tra il 22 e il 35 per cento circa, aprendo un baratro con l’Italia.
Andrea capussela
Tre crisi, tre intervalli: un modello ricorrente senza una soluzione definitiva
La ripetizione di crisi economiche e politiche ha creato un contesto dove l’intervallo tecnocratico sembrava l’unica risposta possibile, ma ogni volta ha aperto una stagione di contrasti tra forze politiche tradizionali e nuove aggregazioni popolari. Nel primo intervallo, caratterizzato da Ciampi, la crisi valutaria del 1992 fu accompagnata da una delle indagini più vaste sulla corruzione nella storia occidentale, segnando la fine di una classe dirigente. Il secondo intervallo fu contrassegnato da Monti, con un intervento di consolidamento dei conti pubblici e la gestione della crisi del debito europeo; l’era Draghi ha portato a una spesa pubblica molto ampia per rilanciare l’economia dopo la pandemia, sostenuta dai fondi europei di Next Generation EU. In ciascun caso, il sostegno parlamentare era ampio ma privo di una legittimazione politica tradizionale, aprendo la strada a forze demagogiche o populiste che proposero alternative all’equilibrio esistente. In ciascun caso, dopo l’intervallo tecnocratico, si è affermata la politica demagogica di destra o di sinistra, disorientando il dibattito pubblico e alimentando la percezione di incapacità delle élite tradizionali di guidare la nazione.
La domanda spesso ritorna: perché una soluzione tecnica non ha radici sufficienti per diventare una visione di lungo periodo? Perché l’intervento tecnico non crea una percezione di progresso condiviso che superi l’orizzonte elettorale? Il punto cruciale è che la gestione della crisi non genera automaticamente fiducia istituzionale né un metodo efficace per trasformare le promesse in risultati concreti. Occorre una cornice di riforme strutturali che non si esaurisca nel ciclo elettorale, ma che risulti credibile agli occhi di cittadini imprese e mercati, in grado di sostenere un percorso di crescita sostenuta e inclusiva.
Nel 1946 i due partiti maggiori avevano poco meno di 4 milioni di iscritti congiuntamente: oggi, in una popolazione di quasi un terzo più numerosa, ne hanno circa mezzo milione. E quanto i cittadini sono meno inclini a iscriversi ai partiti,tanto sono meno assidui nel votarli.
Andrea capussela
la questione economica di fondo: perché la crescita resta fragile
La spiegazione primaria della perdita di slancio si concentra sulla produttività stagnante, accompagnata da una struttura imprenditoriale frammentata: troppe aziende piccole, spesso incapaci di crescere o di aggregarsi, tengono fissate risorse umane e capitali che altrove produrrebbero maggior valore. È la differenza tra una rete di poche grandi imprese ad alta permeabilità tecnologica e un ecosistema fatto di moltissime piccole realtà che non riescono ad ampliare la scala necessaria per competere a livello globale. Nei dati citati dalla Banca d’Italia si legge che circa 25.000 imprese medio-grandi generano la gran parte del valore aggiunto, mentre le altre migliaia di imprese piccole e i lavoratori autonomi restano meno produttivi, bloccando la crescita potenziale. Se l’Italia avesse una struttura imprenditoriale paragonabile a quella tedesca, la produttività media del lavoro sarebbe significativamente superiore, e la distanza con i partner europei si ridurrebbe considerevolmente.
- Una logica di crescita che privilegia scalabilità e aggregazioni piuttosto che la frammentazione;
- Riforme che aumentino la credibilità delle norme, riducendo evasione e abusivismo;
- Un quadro regolatorio che incoraggi l’innovazione senza creare disuguaglianze insostenibili;
- Una politica industriale capace di accompagnare le aziende nel passaggio a modelli competitivi a livello internazionale.
Il problema, dunque, non è solo la produttività: è anche la credibilità delle regole e l’effettiva capacità di convertirle in comportamenti economici virtuosi.In Italia la fiducia nelle norme è storicamente più debole che in altre economie europee, con un’incidenza significativa di illegalità e di contrasti tra interessi privati e pubblico potere. E questa dinamica alimenta una spirale di scarsa innovazione, povertà relativa e allontanamento dalle opportunità che la globalizzazione offre.
Ovunque le imprese nascono piccole, ma col tempo crescono, si aggregano, o escono dal mercato. In Italia troppo spesso esse vivacchiano,senza né crescere né aggregarsi né perire,tenendo sequestrati nelle loro inefficienti strutture lavoratori e capitali che altrove sarebbero più produttivi.
andrea capussela
Cause politiche: la debole supremazia della legge e l’organizzazione delle élite
La debole supremazia della legge è la sintesi di una questione politica più ampia: la responsabilità collettiva è spesso debole e gli ostacoli all’azione comune sono elevati. Nel contesto italiano, i partiti mancano di una cultura politica consolidata, sono instabili, inclini alla collusione o al trasformismo, e non riescono a coordinare una risposta collettiva efficace. La perdita di legami con la cittadinanza si riflette nella bassa iscrizione ai partiti e nell’alta volatilità elettorale, fenomeni che hanno consentito ai movimenti emergenti di guadagnare spazi significativi. Trasformismo e negoziati interni hanno accelerato lo svuotamento delle grandi formazioni, rendendo difficile una guida credibile per la nazione.
In questa cornice, l’equilibrio tra interesse pubblico e interessi particolari resta la sfida centrale: senza una visione chiara e condivisa, le riforme vengono viste come strumenti di convenienza politica piuttosto che come tappe di un percorso comune di progresso. La situazione si riflette anche nel rapporto tra elettori e rappresentanti: una quota sempre più ampia di cittadini vota in modo fluttuante, riducendo la stabilità delle maggioranze e alimentando una cultura di prudenza politica che limita scelte coraggiose.
Nel 1946 i due partiti maggiori avevano poco meno di 4 milioni di iscritti congiuntamente: oggi,in una popolazione di quasi un terzo più numerosa,ne hanno circa mezzo milione. E quanto i cittadini sono meno inclini a iscriversi ai partiti, tanto sono meno assidui nel votarli.
Andrea capussela
Ruby,tecnocrazia e la logica della gestione emergenziale
nell’esempio noto della vicenda Ruby,la politica ha mostrato i limiti dell’approccio puramente tecnocratico: la scelta di affidarsi a una gestione guidata dall’emergenza ha creato un precedente in cui la fiducia pubblica è stata messa alla prova dal conflitto tra interessi politici e esigenze di legalità. L’effetto è stato di alimentare un clima di scetticismo verso le istituzioni e di rafforzare la tentazione di affidarsi a soluzioni rapide anziché a processi di riforma strutturale. In seguito la scelta di Monti di intervenire con una manovra di consolidamento ha attinto a una logica di credibility e disciplina finanziaria, ma senza una vera legittimazione democratica è risultata fragile nel lungo periodo.
Questa dinamica ha lasciato una traccia: la tecnocrazia può gestire crisi economiche ed energetiche, ma non costruire una nuova cornice di fiducia pubblica senza una visione politica condivisa. Una riforma della concorrenza, pur se di per sé utile, non scioglie automaticamente i nodi di legittimità e partecipazione che caratterizzano la democrazia italiana. Per questo motivo, la critica non è rivolta alle tecnocrazie in sé, ma al modo in cui esse si inseriscono all’interno di un sistema politico che non offre una prospettiva di progresso collettivo, capace di stimolare il consenso necessario a realizzare cambiamenti concreti.
Draghi, PNRR e le riforme: tra promessa e realizzabilità
Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) ha presentato una cornice ambiziosa di investimenti e riforme, sostenuta dall’Unione Europea e da un livello di credibilità interna non comune. Il punto cruciale resta, però, che un buon piano non basta se non nasce da un confronto serrato con le esigenze reali della gente e delle imprese. Le misure che riguardano la pubblica amministrazione, la concorrenza e il sistema giudiziario promettono un salto di qualità, ma la loro efficacia dipende dall’attuazione, dalla coerenza tra obiettivi e strumenti, e dalla capacità di mantenere la linea anche in contesti politici mutevoli. Inoltre, la sostenibilità politica di tali riforme è legata alla credibilità del progetto nell’insieme: senza una visione di lungo periodo, le misure possono ridursi a interventi spot senza un tessuto sociale di sostegno.
La discussione pubblica non ha ancora prodotto una cornice condivisa: si discute molto di numeri e di scenari economici, ma si tace sul modello di società che si vuole costruire, su come si distribuiscono i benefici e su come si protegge chi resta ai margini.Per questa ragione, la convergenza tra crescita economica e coesione sociale resta la vera sfida: investimenti e assistenza devono coesistere con una concorrenza efficace e una forte protezione dei diritti, altrimenti la crescita rischia di essere temporanea e insufficiente a cambiare davvero la vita delle persone.
Il programma di investimenti e riforme – il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – promette molte buone cose. Ma neppure esso è nato nella discussione pubblica e nel conflitto politico, né restituisce una visione chiara e credibile del futuro dell’Italia.
Andrea Capussela
La caduta di Draghi e la campagna elettorale: il vuoto di una proposta condivisa
La caduta di un governo che godeva di ampia popolarità ha messo in luce la fragilità di un sistema politico che,pur avendo dato risposte di contenimento,non ha fornito una cornice programmatica credibile. La campagna elettorale ha mostrato una destra ben articolata dal punto di vista narrativo, capace di promettere benefici agli esclusi e di offrire una cornice identitaria capace di aspirare a una leadership europea più rigorosa.Dall’altro lato il centro-sinistra appare diviso e incapace di trasformare le sue promesse in una strategia di lungo periodo che sia plausibile agli occhi di cittadini, imprese e mercati. L’esclusione del Movimento Cinque Stelle sembra mirata a frenare una possibile anomalia elettorale, ma riduce anche la possibilità di un confronto competitivo necessario a scongiurare una deriva autoritaria.
In questa fase appare evidente che la sfida non è solo tecnologica o economica, ma profondamente politica: senza una condivisa visione di futuro, i temi cruciali come investimento, concorrenza, giustizia e coesione sociale restano prigionieri di interessi particolari. La campagna elettorale, invece di proporre una vera contestazione all’equilibrio esistente, rischia di offrire una semplice alternanza di stile e di linguaggio senza una rotta chiara per il Paese.
sinora la campagna elettorale del centro-sinistra ha battuto più sui pericoli di una larga vittoria della destra che sul proprio programma.
andrea capussela
Pressione interna ed esterna: quale ruolo per la destra, quale per il PD
Se la destra dovesse effettivamente assumere il potere, la domanda reale sarebbe se sarà in grado di conservare l’equilibrio politico-economico senza tradire le promesse centrali che l’hanno resa appetibile agli elettori. Intanto, il Partito Democratico resta l’ostacolo principale per chi crede in una trasformazione profonda: è un contenitore ancora molto fragile, con allergie interne al cambiamento e con una dinamica di coalizione che spesso fatica a proporre una visione unitaria. Questa debolezza non è soltanto una questione interna ai partiti ma riflette fratture più ampie tra interessi economici e domande della società. Se la destra governerà, la speranza è che le condizioni di mercato e un coerente dibattito pubblico salvaguardino l’Europa e consentano una risposta credibile alle sfide di medio e lungo periodo.Se il PD trova la strada di una reale rigenerazione, allora potrebbe fungere da volano per una rinascita economica e democratico-civile.
Chiusura: una via d’uscita possibile per l’Italia e per l’Europa
La lezione centrale è che non esiste una soluzione unica, né una bacchetta magica capace di rimettere in moto una economia complessa e profondamente intrecciata con la politica. Ciò che serve è una combinazione di trasparenza, responsabilità e partecipazione: una società che riconosce la dignità del lavoro, che promuove una concorrenza reale senza residuali protezioni per chi naviga in stati di privilegio, e che costruisce un tessuto istituzionale in grado di chiedere conto alle élite e di tutelare i diritti di chi resta indietro. L’Unione Europea ha bisogno di partner affidabili che siano disposti a discutere, in pubblico, una visione condivisa di crescita inclusiva. L’Italia, per parte sua, deve trasformare la crisi in opportunità di riforma sostanziale, mettendo in cima alle priorità una riforma della pubblica amministrazione, una modernizzazione della giustizia e una concorrenza che sia davvero capace di stimolare l’innovazione. Solo così la leadership futura potrà evitare di cadere nuovamente in un filo conduttore tecnocratico privo di un orizzonte comune, aprendosi a una politica che includa le voci dei cittadini, degli imprenditori e dei lavoratori, in un dialogo continuo e prodromico di fiducia reciproca.






