Cominciamo dalle parole: embrione sintetico e utero meccanico.
Con queste due definizioni sono state presentate, sui media, due nuove ricerche, appena pubblicate dalla rivista Nature, che volevano indagare le prime fasi di sviluppo della vita.
Con quali scopi? Al momento non certo quelli di riprodurre in laboratorio un essere umano, ma quello di studiare, per esempio, le cause di infertilit (per migliorare le tecniche di procreazione assistita), le malattie congenite, l’impatto delle tossine e dei virus sugli embrioni, le modalit con cui si formano gli organi e via dicendo. Ricerche di questo tipo non sono nuove: se ne sente parlare da anni. E hanno sempre fatto scalpore, anche perch sollevano problemi etici non indifferenti.
Vediamo allora che cosa ci propongono gli ultimi studi e, soprattutto, quali sono gli elementi di novit rispetto alle ricerche passate.
Il primo studio riguarda, appunto, l’embrione sintetico.
In realt non corretto chiamarlo sintetico: si tratta di un embrione, o meglio di una blastocisti (che rappresenta la prima fase della formazione dell’embrione nei mammiferi ), creato a partire da cellule staminali umane assemblate in laboratorio. E difatti i ricercatori lo chiamano blastoide o pseudo-embrione.
La novit rispetto al passato, come sottolinea Giuseppe Novelli, genetista dell’Universit di Roma Tor Vergata, che le cellule staminali umane sono derivate da cellule della pelle, secondo il metodo studiato da Shin’ya Yamanaka, che per questo ha vinto il Nobel per la medicina nel 2012, e che il blastoide in 3D. Finora, nella ricerca, sono stati utilizzati embrioni umani donati, dopo procedure di fecondazione in vitro e hanno sollevato infinite discussioni di tipo etico.
Ora, le nuove tecniche, proposte da ricercatori americani dell’University of Texas e australiani della Monash University di Adelaide, Australia, proprio perch utilizzano cellule adulte riprogrammate, potrebbero porre meno problemi etici. Non solo: i ricercatori si sono posti il limite dei 14 giorni, accettato dalla comunit internazionale, oltre il quale non si pu andare negli esperimenti: dopo questa data, infatti, comincia la differenziazione delle cellule che porter alla creazione dell’embrione e poi del feto. Ma non tutti i problemi etici sono dissipati. Ci si chiede, per esempio, se questo pseudo-embrione sia del tutto assimilabile a una blastocisti umana anche perch, sottolinea ancora Novelli, si scoperto un gruppo di cellule di cui non si conosce assolutamente la natura. E che vanno studiate. E poi ci sono problemi di natura giuridica: come sar possibile utilizzare questi pseudo-embrioni? Sar possibile, per dire, farli crescere in un utero artificiale?
E qui arriviamo alla seconda ricerca, quella, appunto dell’utero meccanico.
Con questi termini stata etichettata una ricerca, sempre pubblicata su Nature a firma di ricercatori del Weizmann Institute of Science in Israele, questa volta condotta su topi.
Gli studiosi hanno rimosso embrioni di topo dall’utero materno e li hanno impiantati in un utero artificiale che, in realt, consisteva in una provetta collegata a un sistema capace di fornire ossigeno e alimenti all’embrione.
In questo modo sono riusciti a far crescere embrioni del tutto normali, capaci di sviluppare propri organi. Anche in questo caso (ricordiamo che i topi, in quanto mammiferi, sono un buon modello per capire che cosa succede anche nell’uomo) l’obiettivo scientifico quello di capire le dinamiche della gravidanza, come mai certe volte l’ovulo fecondato non si impianta e non d origine a una gravidanza per cui le donne abortiscono.
Questa la scienza che va avanti. E se qualcuno dovesse pensare a un utero artificiale, come strumento per la procreazione, si collocherebbe nel mondo della fantascienza.






