Un bambino puo’ essere cresciuto in un utero artificiale? dietro la suggestione fantascientifica esiste una ricerca scientifica reale sull’ectogenesi e sugli uteri artificiali. E le domande che pone sono davvero inquietanti. Dove si arrivera’ dopo all’utero in affitto, la gestazione per altri?
Da anni diversi gruppi di ricerca lavorano a sistemi capaci di riprodurre almeno alcune delle condizioni presenti nell’utero materno, soprattutto allo scopo di migliorare la sopravvivenza dei bambini estremamente prematuri.
Uno degli esperimenti più celebri venne pubblicato nel 2017 su Nature Communications. Un gruppo di ricercatori riuscì a mantenere feti di agnello in un ambiente extrauterino riempito di liquido, collegato attraverso il cordone ombelicale a un sistema esterno di ossigenazione. Gli animali poterono essere mantenuti nel dispositivo fino a quattro settimane, mostrando crescita e maturazione degli organi.
Non si trattava, è bene sottolinearlo, di creare un essere vivente dall’inizio della gravidanza dentro una macchina.
L’obiettivo era molto diverso e molto più immediato: permettere a un bambino nato estremamente prematuro di continuare, per un certo periodo, il proprio sviluppo in condizioni che imitassero quelle uterine, evitando almeno in parte i danni provocati dall’immaturità dei polmoni e degli altri organi.
È una distinzione fondamentale.
Un conto è proseguire artificialmente una gestazione già molto avanzata, intervenendo dopo un parto prematuro; tutt’altra cosa sarebbe l’ectogenesi completa, cioè far sviluppare un essere umano dal concepimento fino alla nascita interamente fuori dal corpo materno.
La prima possibilità sta progressivamente entrando nell’orizzonte della medicina sperimentale.
La seconda rimane, invece, enormemente più lontana.
Tanto che nel 2023 persino la Food and Drug Administration statunitense ha riunito un comitato specifico per discutere quali condizioni scientifiche, cliniche ed etiche dovrebbero essere soddisfatte prima di eventuali primi studi sull’uomo delle tecnologie di utero artificiale destinate ai neonati estremamente prematuri. Non si parlava di fabbricare bambini in laboratorio, ma di salvare bambini che oggi nascerebbero al limite della possibilità di sopravvivenza.
Ed è precisamente qui che la questione diventa interessante.
Perché una tecnologia può nascere per uno scopo terapeutico perfettamente comprensibile e, una volta divenuta possibile, aprire scenari che i suoi stessi inventori non avevano immaginato.
Il respiratore artificiale nacque per sostenere chi non riusciva a respirare autonomamente.
La fecondazione in vitro nacque per rispondere alla sterilità.
La manipolazione genetica nacque anche per comprendere e curare le malattie.
Ogni tecnologia, tuttavia, una volta disponibile, tende inevitabilmente ad allargare il proprio campo di applicazione.
È quindi legittimo domandarsi che cosa accadrebbe se un giorno fosse tecnicamente possibile separare completamente gravidanza e corpo femminile.
Non avremmo semplicemente inventato una nuova incubatrice.
Avremmo modificato uno dei fondamenti antropologici della condizione umana.
Per la prima volta nella storia della nostra specie, infatti, la nascita potrebbe diventare un processo interamente industrializzabile: fecondazione in laboratorio, selezione embrionale, sviluppo extrauterino, controllo tecnologico della gestazione e nascita senza gravidanza.
A quel punto la domanda non sarebbe più soltanto: possiamo farlo?
Sarebbe: che cosa diventa l’essere umano quando anche la gestazione viene trasformata in una procedura tecnica?







