Il caso di Jannik Sinner mette in luce le criticità di un sistema antidoping troppo rigido, che talvolta rischia di sacrificare la giustizia e l’equità in nome di principi astratti. La vicenda solleva importanti domande sulla compatibilità tra tutela dell’integrità sportiva e rispetto dei diritti degli atleti, spingendo a un ripensamento delle fondamenta del diritto sportivo.
La complessità dei principi che governano l’antidoping
Nel mondo dello sport professionistico, i principi che regolano la lotta al doping sono stati concepiti per garantire una competizione leale e preservare l’integrità delle discipline.tuttavia, l’applicazione di tali principi può risultare spesso automatica e poco flessibile, rischiando di produrre risultati paradossali. La vicenda di Jannik Sinner evidenzia come la responsabilità oggettiva, il criterio del “più probabile che non” e il principio di precauzione si intreccino in modo complesso e, talvolta, contraddittorio, creando un sistema che potrebbe favorire l’inequità e la giustizia formale invece di quella sostanziale.
Responsabilità oggettiva: tra norme e realtà
La responsabilità oggettiva rappresenta uno dei pilastri fondamentali del diritto antidoping, che impone di responsabilizzare gli atleti anche in assenza di dolo o beneficio diretto. Nel caso di Sinner, questa norma ha portato alla sua squalifica nonostante l’assenza di intento dopante, né di vantaggi prestazionali. La scelta di applicare questa responsabilità, se da un lato mira a rafforzare la deterrenza, dall’altro rischia di penalizzare ingiustamente chi si trovi in circostanze ambiguo o fortuitamente coinvolto in sostanze proibite. La questione fondamentale riguarda la giustizia sostanziale: punire con severità un atleta che ha agito senza dolo, e senza benefici, può essere considerato un eccesso di rigidità.
Il ruolo del “più probabile che non” nel processo valutativo
Il criterio del “più probabile che non” rappresenta uno standard probatorio di livello intermedio tra la preponderanza delle prove e l’oltre ogni ragionevole dubbio. È pensato per offrire una valutazione equilibrata e sfumata, ma nella pratica spesso si traduce in un’applicazione meccanica che non tiene conto delle evidenze specifiche.Nel caso di Sinner, questa norma avrebbe dovuto portare a una valutazione più umana e contestualizzata: se le prove indicano che l’atleta non ha avuto intenzioni dopanti e non ha ottenuto vantaggi, perché si ricorre comunque a sanzioni così rigide? La necessità di una interpretazione più flessibile emerge come elemento imprescindibile per evitare che la giustizia sportiva si riduca a un meccanismo automatizzato.
Il principio di precauzione: tra tutela e eccesso di zelo
Il principio di precauzione è stato ideato per proteggere la salute degli atleti e l’integrità dello sport, adottando misure preventive anche in assenza di prove scientifiche certe sui rischi. La sua applicazione ha portato all’inclusione di molte sostanze nelle liste antidoping, come nel caso del Clostebol, utilizzato dal team di Sinner. Tuttavia, quando l’uso di una sostanza avviene in contesti terapeutici, senza finalità di potenziamento delle prestazioni, un’applicazione troppo rigida di questo principio rischia di limitare ingiustamente i diritti degli atleti e di alimentare un clima di eccesso di zelo regolatorio. La sfida sta nel trovare un equilibrio tra tutela e giustizia, evitando di trasformare il principio in uno strumento di repressione indiscriminata.
Le conseguenze di un sistema troppo rigido
L’interazione tra questi tre principi crea una “tempesta perfetta” che può compromettere la giustizia e l’equità nel mondo dello sport. La responsabilità oggettiva, combinata con un’applicazione meccanica del criterio del “più probabile che non” e una lettura rigida del principio di precauzione, rischia di penalizzare atleti che non hanno agito con dolo o beneficio. Questo sistema, che dovrebbe essere volto a difendere l’integrità sportiva, si trasforma talvolta in un meccanismo di punizione automatica, che può minare la fiducia degli atleti e alimentare una percezione di ingiustizia sistemica.
Verso un nuovo paradigma di giustizia sportiva
Il caso di Jannik Sinner evidenzia la necessità di un ripensamento dei principi che regolano l’antidoping. Non si tratta di abolirli, ma di reinterpretarli in modo più contestualizzato e flessibile. La responsabilità oggettiva potrebbe essere mitigata quando emergono evidenze di buona fede e assenza di dolo. Il criterio del “più probabile che non” dovrebbe essere applicato non solo per stabilire la violazione formale,ma anche per valutare il contesto complessivo di ogni caso. il principio di precauzione deve essere utilizzato considerando anche le circostanze e l’intento terapeutico, evitando di penalizzare ingiustamente chi agisce nel rispetto della salute e della legalità.
Una sfida per il futuro del diritto sportivo
Per garantire una giustizia più equa e ragionevole, è fondamentale avviare un processo di riforma del sistema antidoping, che tenga conto delle complessità e delle differenze tra i casi. Solo così si potrà evitare che altri atleti si trovino vittime di un meccanismo che, nato per proteggere lo sport, rischia di trasformarsi in uno strumento di ingiustizia. Il caso sinner potrebbe rappresentare un punto di svolta, spingendo verso un modello più umano, contestualizzato e bilanciato, capace di preservare l’integrità senza sacrificare i diritti fondamentali degli atleti.
Vincenzo Candido Renna – Avvocato






