La terza Conferenza delle Nazioni Unite sulla salvaguardia dei mari si apre a Nizza con l’obiettivo di arrestare il rapido degrado degli oceani, fondamentali per la vita sulla Terra. Con la partecipazione di 56 capi di Stato e di governo, il vertice si concentra sulla tutela della biodiversità marina e sulla creazione di nuove aree protette nelle acque internazionali. Tra le sfide principali, la ratifica di un importante trattato internazionale e la lotta contro le pratiche estrattive dannose.
Una sfida globale per la salvaguardia degli oceani
Gli oceani rappresentano una delle risorse più preziose e vulnerabili del nostro pianeta, contribuendo a produrre circa il 50% dell’ossigeno che respiriamo e regolando il clima globale. Tuttavia, il loro stato di salute si è drasticamente deteriorato a causa di attività umane incontrollate, come la pesca e l’inquinamento. La conferenza di Nizza si presenta come un momento cruciale per rafforzare gli impegni internazionali e promuovere azioni concrete per invertire questa tendenza. La volontà di creare un quadro normativo più efficace e condiviso si scontra però con sfide di natura politica e geopolitica, soprattutto in relazione alla partecipazione di grandi potenze come Stati Uniti e Cina, ancora assenti dalla firma di alcuni accordi chiave.
Il nuovo trattato e le sue ambizioni
Il cuore della discussione è l’Accordo sulla conservazione e l’uso sostenibile della biodiversità marina al di là delle giurisdizioni nazionali (BBNJ), approvato nel settembre 2023 con la firma di 115 Paesi. Questo trattato ambizioso mira a creare nuove aree marine protette nelle acque internazionali, che costituiscono circa il 60% della superficie oceanica e rappresentano metà della superficie terrestre. L’obiettivo è di proteggere almeno il 30% degli oceani entro il 2030, ma la sua piena attuazione dipende dalla ratifica di almeno 60 nazioni, un traguardo ancora lontano, specialmente considerando l’assenza di Stati come gli USA e la cina. la creazione di queste zone protette rappresenta un passo fondamentale per la tutela della biodiversità marina e per frenare il degrado ambientale.
Progressi e limiti delle aree marine protette
Attualmente, solo il 8,36% degli oceani sono sotto protezione, e la comunità internazionale si è posta l’obiettivo di raggiungere il 30% entro il 2030, nell’ambito del progetto “30X30”. Tuttavia, secondo le analisi di Greenpeace, al ritmo attuale di implementazione, tale obiettivo non sarà raggiunto prima del 2107, evidenziando una significativa distanza tra le aspirazioni e le effettive capacità di azione. La creazione di nuove aree marine protette potrebbe aumentare questa percentuale del 10% a livello globale, ma la qualità di queste protezioni è altrettanto importante quanto la loro estensione. Molti parchi marini continuano a permettere pratiche dannose come la pesca con reti a strascico, considerata estremamente distruttiva per gli ecosistemi.
La qualità delle protezioni e le sfide normative
Le Ong ambientaliste sottolineano che la mera presenza di aree protette non garantisce la tutela effettiva degli ecosistemi marini. Solo il 2,7% delle acque oceaniche beneficia di livelli elevati di protezione, e questa cifra si riduce ulteriormente allo 0,1% per le acque francesi continentali. La qualità delle restrizioni imposte all’interno di queste zone è spesso insufficiente, con molte aree che consentono attività dannose, come la pesca intensiva o le trivellazioni petrolifere. Questa situazione evidenzia la necessità di normative più stringenti,di monitoraggio più efficace e di un impegno internazionale più deciso per elevare gli standard di tutela ambientale.
Il ruolo della Francia e la questione delle attività estrattive
La Francia, come paese ospitante del vertice, ha l’opportunità di esercitare un ruolo di leadership nel promuovere un più ampio consenso internazionale. In particolare, il governo francese si propone di convincere altri Paesi a unirsi a una coalizione che chiede una moratoria globale sulle attività estrattive in alto mare. Attualmente, questa coalizione comprende solo 33 Paesi, un numero troppo limitato per esercitare un’effettiva pressione sulle compagnie petrolifere e minerarie.La questione delle attività estrattive è particolarmente delicata,considerando che alcuni Paesi,come gli Stati Uniti sotto la precedente amministrazione Trump,hanno deciso unilateralmente di autorizzare trivellazioni e sfruttamenti nelle acque internazionali del Pacifico,creando tensioni e ostacoli alla tutela condivisa degli oceani.
Una prospettiva di lungo termine e l’impegno necessario
Il successo di questa conferenza dipende dalla capacità della comunità internazionale di tradurre le promesse in azioni concrete e durature. La protezione degli oceani non può essere affidata solo a impegni simbolici o a obiettivi di lungo termine,ma richiede un impegno immediato e coordinato. La collaborazione tra Stati, Ong, comunità scientifica e settore privato sarà determinante per creare un equilibrio tra sviluppo economico e tutela ambientale. La strada è ancora lunga, e il rischio di fallimento è alto, ma l’urgente bisogno di salvare i nostri mari deve spingere tutti a fare di più, prima che sia troppo tardi.
Conclusione: un’appello alla responsabilità collettiva
la Conferenza di Nizza rappresenta un banco di prova cruciale per la volontà internazionale di fermare il degrado degli oceani e di garantire un futuro sostenibile. La sfida non è solo di natura normativa o politica, ma coinvolge l’intera umanità, chiamata a prendersi cura di un patrimonio comune essenziale per la vita sulla terra.La tutela degli oceani deve diventare una priorità globale, e richiede un impegno condiviso che superi le divisioni geopolitiche. Solo con azioni concrete, trasparenti e coordinate potremo sperare di preservare questa risorsa vitale per le generazioni future.






